5 perle “dimenticate” del cinema nostrano!

Il cinema italiano ormai viene bistrattato da quasi tutti e, quelli che ne parlano bene, spesso sorvolano su delle autentiche perle.
Oggi vi consiglierò 5 capolavori dimenticati del cinema nostrano, che non solo portano la firma di grandissimi registi, ma che hanno anche avuto totale libertà artistica durante la produzione. Autori che hanno letteralmente fatto la storia: Bava, Fulci, Scola, Di Leo, Petri, Rosi o il più recente Caligari; scegliere soltanto 5 autori e film, tra i molti dimenticati, è stato indubbiamente non di facile scelta.

Ora vi lascio all’articolo:

1) Milano Calibro 9, Fernando di Leo

Milano Calibro 9 è uno dei noir, non solo italiani, più belli di sempre. Ispirandosi ai romanzi di Scerbanenco, Di Leo realizza IL film, il suo capolavoro, lasciando invariata la descrizione dello scrittore ed aggiungendo la sua pesantissima e personale impronta.
Ugo Piazza (interpretato alla grande da Gastone Moschin) è un uomo che, appena uscito di galera, viene accusato di aver rubato i soldi spariti tre anni prima in uno scambio clandestino di dollari. La sua nemesi sarà l’incazzatissimo Rocco, che poco crede all’innocenza di Ugo.

Con quest’opera Di Leo va prima di tutto a mostrarci un’Italia marcia e priva di valori, non escludendo (in una scelta molto difficile, visto che va a “interrompere” la compattezza del film stesso, a detta anche del regista), dialoghi tra il commissario e il vice commissario – di natura politica.
Da buon noir qual è, il film non fa neanche a meno di una femme fatale, qui una stupenda Barbara Bouchet, in una delle scene più famose del film.
Ultime note di merito vanno alla colonna sonora magnifica e sperimentale degli Osanna, fatta in collaborazione con Bacalov, e alla cupissima e grigissima fotografia di Franco Villa.

2) Le Mani sulla Città, Francesco Rosi

Le Mani sulla Città parla di un impresario edile della destra, interpretato da un gigante Rod Steiger, che pianifica enormi speculazioni edilizie. Questo lo porterà a gesti loschi e ad una totale mancanza di simpatia.

La pellicola di Rosi ci mostra un’Italia totalmente corrotta, che pensa solo al denaro e alla speculazione, con personaggi senza pietà e scrupoli, pronti a sacrificare anche i propri figli. I problemi per Nottola (il protagonista), arriveranno quando la sua ditta, a lavoro in un quartiere popolare, farà crollare involontariamente un palazzo, causando 2 morti e un ferito.

Opera di totale denuncia al sistema politico (con una grandissima sceneggiatura), ci mostra il lato oscuro e tutt’ora attuale del potere.
Attraverso una regia delicata e pulitissima, Rosi segue i suoi personaggi rimanendo sempre elegante; in questo film la macchina da presa non si fa percepire in maniera pesante, non è un personaggio, bensì ha un tratto piuttosto invisibile (da non intendersi come critica, ma grande pregio, in questo caso).
La colonna sonora martellante e la perfetta composizione dell’immagine contribuiscono a rendere questo film incredibilmente bello, sia esteticamente, sia tematicamente, ma anche dal punto di vista del ritmo.

3) Non Essere Cattivo, Claudio Caligari

Caligari, regista piuttosto sfortunato, ha sempre avuto a che fare con produzioni travagliate. Inoltre, decise di seguire l’idea Pasoliniana del mezzo cinematografico, e dunque di lui permangono solamente tre film; andando così a morire poco dopo aver terminato, nel 2015, la sua ultima fatica, che in pochi hanno visto e che in pochi si ricordano: Non Essere Cattivo.

Il film ci mostra due amici, drogati, in preda alla disperazione, intenti a decidere tra sguazzare nella loro misera situazione o migliorarla (e migliorarsi) andando a lavorare.

Il suo ultimo film è anche il suo disperato urlo verso la nostra società contemporanea.
Se nei suoi precedenti lavori ci mostrava un’Italia totalmente distrutta, con la totale perdita di valori e ideali, in Non Essere Cattivo, pur rimanendo molto cinico con la società, lascia – specialmente nel finale – un barlume di speranza.

Non Essere Cattivo lo si potrebbe proprio descrivere come l’Accattone di Caligari: un’analisi totalmente disillusa del tutt’ora triste sottoproletariato; che solitamente offre due strade.
Il vero capolavoro italiano degli ultimi anni è questo, non le varie “grandi bellezze”!

4) Cani Arrabbiati, Mario Bava

Tre uomini (un quarto è morto durante la fuga) rubano una grossa somma di denaro da un portavalori e prenderanno in ostaggio una donna, utile alla fuga. Una volta usciti, troveranno un’auto ferma ad un semaforo, con un uomo dentro, e la useranno per fuggire, ricattando e mettendo sotto pressione i due passeggeri.
Uno dei road movie più atipici di sempre, per la sua violenza psicologica (e non) inaudita e per l’assoluto disinteresse da parte di Bava, verso gli stilemi classici di questo sotto-genere.

Il mio film preferito di Bava, è anche il più anti-baviano – e con questo – il più antiestetico. Questo perchè, Cani arrabbiati, è la sua opera più controversa e grezza, più cattiva e realistica. Bava dopo aver giocato per l’intera carriera con l’horror, reinventandosi sempre con astuzia, si dimostra qui non solo un genio nel ritrarre il gotico e l’horror tutto, ma anche un uomo cinico e disilluso: il vero orrore sta qui, nel nostro mondo. Non è un caso che nel gotico Baviano ci siano carrellate e movimenti eleganti che rendono l’orrore un quadro in movimento continuo. In questa pellicola, però, troveremo un montaggio frenetico accompagnato da zoommate e da un utilizzo costante dell’handy-cam.

Il messaggio di Bava di fine di carriera, pur essendo abbastanza semplice, risulta tutt’ora geniale per come è stato fatto passare; quel finale difficilmente verrà dimenticato da qualcuno.
Il vero marcio siamo noi esseri umani, e non i terribili vampiri…

Vi consiglio la versione Semaforo rosso, che è quella con la soundtrack e il montaggio originali, ed è nettamente la versione (ne esistono 4) migliore e più fedele. La nota di merito finale va a la colonna sonora, che rientra tra le mie preferite in assoluto.

5) Todo Modo, Elio Petri

Chiudiamo questa lista di consigli con Todo Modo (o Moro, capirete perchè).

Durante una misteriosa epidemia che miete vittime in tutto il mondo, molti capi politici, grandi industriali, banchieri e dirigenti d’azienda (tutti appartenenti alla DC) vanno in una specie di albergo-prigione. Questo darà il via a riti spirituali che dovrebbero aiutarli. Dopo pochi giorni, però, inizieranno a spuntare cadaveri su cadaveri e questo porterà a problemi sempre più consistenti tra le diverse personalità.

Attraverso scenografie che sicuramente avranno ispirato Lynch, e degne di Arancia meccanica, Petri crea un’atmosfera opprimente, dal fare misterioso. Come di consueto nella sua carriera, il regista, applica discorsi sul potere, criticando la democrazia cristiana, deridendola; e soprattutto attaccando senza pietà chiunque.

Con questo film scoprirete che Ciccio Ingrassia sa essere un grande attore drammatico; e che Petri non fa altro che mostrarci di come il potere logori sempre e comunque. Ma, forse, il messaggio del film si può riassumere nella seguente frase: il potere, rigufiatosi all’interno del “carcere” si rifugia dall’epidemia esterna, ma forse il vero problema è l’epidemia (la lacerazione) interna del potere stesso.
Nessuno si salva dalla smania di potere, neppure la persona con le migliore intenzioni.

Il personaggio di Volontè è poi chiaramente Aldo Moro, pur non esista nessuna fonte ad affermarlo direttamente.

La genialità di questo film risiede (e lo stesso discorso vale anche se applicato a L’avventura di Antonioni) nel fatto che, partendo dall’essere un giallo, vira completamente nelle intenzioni, per parlare di tutt’altra cosa.

In definitiva, siamo di fronte a un capolavoro di Petri, che attraverso il grottesco parla di situazioni più attuali che mai – un film consigliatissimo.
E anche qui la nota finale di merito devo darla, alle straordinarie interpretazioni di due giganti del nostro cinema: Volontè e Mastroianni.

~Stefano Spinozzi aka Noodles

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